Mamma,

ti scrivo dalla mia stanza vuota, tanto vuota che quasi non ci sono più neanche io. L’hai mai provata mamma quella sensazione, come se il tuo corpo all’improvviso non ci fosse più? Anche meno di un involucro, anche meno del guscio di una parola vuota. Forse no, tu hai sempre saputo chi essere, cosa fare, hai sempre fatto tutto ciò che andava fatto: scuola, lavoro, famiglia, e poi me. Sai, ho ancora appesa al muro quella foto con lo zainetto di He-Man, “novembre 1993” c’è scritto dietro nella tua calligrafia ordinata, da maestrina. Me la scattasti tu una mattina prima di portarmi a scuola, proprio sulla porta di casa. Mi sembra di non essere cresciuto mai da allora, come fosse cresciuto soltanto il mio corpo. Un corpo da adulto, con l’anima che invece è rimasta piccola, come quella del bambino che sognava di fare l’astronauta perché senza forza di gravità, lì tra le stelle, era il solo a conoscere davvero il significato della parola “leggerezza”. L’avrei voluta una vita più leggera, mamma, più piccola, così che fosse sembrata più piena. Non sono mai stato un grande sognatore, ma un sognatore sentimentale quello sì. Ieri pomeriggio è venuta da me Maria, ci siamo stesi sul letto a guardare il soffitto per ore e mentre lei cantava “questa stanza non ha più pareti…” mi sono addormentato e ho sognato che tutto era scomparso: i falchi dai paesi, le estati dai calendari, i pesci dagli acquari, i picnic dai fiumi, la carne dal congelatore, i vasi dai balconi, le case dai ricordi, le macchine dai parcheggi, le croste dalle ginocchia, i vetri dalle finestre, i gradini dalle chiese, le stanze da questa casa, i maglioni dagli armadi, le ossa dai cimiteri, i fiori dai centri tavola, i cieli dalle fotografie. Le lentiggini dal suo viso, e forse anche io, e forse anche lei. Mi sono svegliato che piangevo, mentre lei mi guardava in silenzio, tanto bella da morderla. Fosse per me, la porterei via, oltre l’Atlantico e invece non ho nemmeno un fiore per vederla felice, e i risparmi li abbiamo spesi tutti in sigarette e in gin lemon sabato sera, fuori ai bar. E allora, forse è giusto rimanere qui, esattamente dove siamo, in questa stanza, su questo letto, in questo corpo, senza muoverci. Ogni movimento sembra come se cadessimo, come i suoi capelli neri dentro il lavandino, come i bicchieri dei camerieri, come le vecchie dalle scale, come le parole che ti scrivo e che forse nemmeno leggerai. Allora abbiamo deciso di far finta che il letto è un dirigibile. Partiamo, ma questa non è una lettera d’addio, era solo per dirti che non vengo più, mamma, e forse non torno nemmeno.

musica di Dimartino
parole di emme.
illustrazioni di Igor Scalisi Palminteri