odio l’estate

Odio l’estate. Odio l’estate ogni maledetta estate. Sì, la odio. O-D-I-O. 

Il caldo esplode, tormenta, immobilizza. Tutto sembra andare veloce, e poi pianissimo, poi ancora veloce, poi ancora piano, come se ogni cosa perdesse il suo passo di sempre. Come se io perdessi il mio passo di sempre. 

L’estate per me è la vita che ti fa lo sgambetto, sono io che inciampo e mi sbuccio le ginocchia, sono le mie collanine in cui inanello brutti ricordi, spiacevoli sorprese, ridicoli dolori. Altro che conchiglie. 

Ho una vasta collezione di odiosissime estati. C’è stata l’estate del primo cuore infranto, quella dell’amica perduta, quella dell’ospedale in riva al mare, quella dei tragici addii all’adolescenza, quella degli occhiali rotti sul pavimento, quella in cui si è spezzata per sempre mia madre.

Ogni estate cambia, ogni estate mi cambia e come il caldo, esplodo, mi tormento, mi immobilizzo. 

E allora rinuncio. A ricominciare, a parlare, a ribellarmi, a cercare di invertire l’ordine delle cose. Come con i temporali estivi, con i piccoli devastanti uragani tropicali: mi trovo un riparo sicuro, asciugo le lacrime, raccolgo il coraggio, rattoppo ogni scucitura e aspetto che passi.

Spero che a breve rinfreschi un po’.

Bruxelles, una somma di piccole cose

Negli ultimi due anni ho lasciato che fossero certi viaggi a scegliere me. Bruxelles non è di certo la prima meta che ti viene in mente pensando alle vacanze estive, per non parlare poi dei commenti di amici e conoscenti che a quanto pare ci tengono tutti improvvisamente a farti sapere quanto trovino incomprensibile andare in una città così poco attraente.
Bruxelles non ha l’effetto #yeah, lo devo ammettere, non è fatta per lasciarti subito a bocca aperta, ma dopotutto in questo mi somiglia: è una città che ha bisogno di tempo, di curiosità, di attenzione ai dettagli nascosti e di gambe buone, per andare a cercarli. Apprezzo i luoghi così, e anche le persone, quelli che si svelano un po’ per volta, un muro per volta, una somma di piccole cose per volta.

Ecco, i muri di Bruxelles mi chiamavano tutti, hanno scelto per me, hanno scelto me.

E poi la birra ha fatto il resto.

The red glasses girl

Il primo libro che ho letto, il primo vero libro da grandi, dopo gli scaffali stracolmi di Topolino e Minnie, è stato La passione secondo Thérèse di Daniel Pennac e chissà che non abbia influenzato i miei amori “spettacolari e sfortunati” a venire o il mio amore per la ville lumière, mia seconda casa per una breve parentesi di vita. In fondo i libri questo fanno, creano fuori e dentro ai tuoi occhi un mix di vita reale o immaginata, che non sai dove finisce una o inizia l’altra.
Poi c’è un altro tipo di “primo libro”, quello che ti vede dall’altra parte della barricata a guardare il lettore che lo sfoglia mentre pensi con quel filo di emozione e disperazione insieme “Gli piacerà?”. Non vorrei usare paroloni, resto sempre una scarsona che ha partorito una piccola storia interamente autoprodotta, ma ora se penso al MIO primo libro la mia mente ha davanti un bivio. E per la prima volta, davanti a questa biforcazione, non temo nessuna delle due strade perché entrambe mi appartengono.
Questa copertina è una piccola anteprima di The red glasses girl.
#ioleggoperché #comingsoon #Comicon2015

la bici nuova

Avevo una bici una volta, una bici bianca di seconda mano, forse anche di terza, comprata al mercato per pochi spiccioli. La riverniciai di nero, un colore che al tempo mi si addiceva parecchio e non perché era predominante nel mio armadio, come d’altronde lo è ora. Ci ho girato la città in lungo e in largo, a tutte le ore: di giorno andando all’università o al lavoro, di pomeriggio per un caffè con gli amici, di notte tornando a casa in stati a dir poco “senza freni”. La bici non è un semplice mezzo di trasporto, è una compagna. Qualcuno aveva un cane, un gatto, un canarino, io avevo un bolide a due ruote da compagnia. Non ci fermavano i semafori rossi, i marciapiedi, i portici affollati del sabato pomeriggio. Adoravamo andare al parco e pedalare insieme lungo il fiume. Ed è proprio lungo il fiume che un giorno le ho detto addio, un’ultima pedalata ancora con Lucio Battisti che cantava nelle cuffie dell’ipod. Era il tempo di lasciare, di andare via, di affidare a qualcun altro la mia due ruote.

Ho una bici nuova, adesso, una bici diversa, una non comprata al mercato, una costruita da me. Pezzo dopo pezzo, le mani sporche d’olio ho messo insieme tutti gli ingranaggi e sono rimasta a guardarla. Un po’ mi faceva paura salirci su. “E se non mi reggesse? Se non dovesse funzionare? Se qualcosa è stato montato storto?”. Ripensavo alla mia vecchia bici, con le ruote sempre sgonfie, con lo spago a bloccare il parafango, il freno destro difettoso, eppure sapevo come farla andare e lei andava.Poi un giorno ho capito, ho capito che non esisteva un altro modo se non pedalare e ho pedalato. Perché se ho voluto la bici, non posso far altro, è la sua natura e anche la mia. Cosa è successo? È successo che ancora non sono scesa.

A questo punto forse a qualcuno sarà chiaro che la bici di cui parlo, non è proprio una bici, o forse non è altro che quello. Quello che è sicuro è che stavolta nessuno l’ha usata prima di me, e nessuno la userà dopo. Questa bici mi appartiene e insieme alle mie gambe ci ho messo sopra a pedalare il cuore. Sarà per questo che non sono riuscita a scegliere un solo colore e alla fine l’ho riverniciata con tutti.

Life goes.

La vita va avanti.

Un pedale alla volta.

il sussidiario dei risvegli

Alcuni risvegli sono come quei sorsi d’acqua che ti vanno di traverso, altre come quell’ultimo boccone di pizza lasciato per ultimo, altre ancora il primo lungo sorso di caffè, altre la tazza del bagno gelata.
Una volta, un po’ di tempo fa, ho immaginato e scritto i risvegli delle persone a me care, una sorta di sussidiario mattutino che potesse raccontarle. Ho sempre pensato di continuare quest’elenco nel corso degli anni, di farne qualcosa, ma poi succede che i risvegli cambiano e cambiano le persone: alcune hanno risvegli più dolci, altre più amari, di altre nemmeno lo sai più com’è che si svegliano al mattino, né quando, né dove. Alcune perdite sono fortuna, altre delusione, altre rabbia, quasi tutte necessarie.
Anche io mi sveglio in maniera diversa, non meglio, né peggio, solo diversa. Cosa è cambiato? Dire me stessa, sarebbe inesatto. Forse è soltanto che ora so dove lascio le cose importanti, so qual è il loro posto, so con chi posso dividerle, senza darle in prestito gratuitamente come quei libri che non ritornano mai più indietro.
Una volta, un po’ di tempo fa, ho immaginato e scritto di svegliarmi così. Ora non mi perdo più.

M. si sveglia e ha un buco nel petto,
ci infila la mano ma non trova il suo cuore.
M. sa che succede, quando lo si dimentica altrove,
quando il cuore trova un suo posto
che purtroppo non gli appartiene.
Non è facile ora girare scoperti,
entra aria dal buco e fa freddo.
M. pensa, bisognerebbe fare attenzione coi cuori,
bisognerebbe tenerli nascosti.
M. infila la mano nel buco
e non trova nemmeno se stessa.

blue valentine

Cindy

Ciao, mi chiamo “Vai via”… sì, è un nome buffo, infatti ti fa sorridere. Mi piace quando lo fai.

Cosa mi piace fare? So ballare il tip tap al ritmo di ukulele, sono brava, dovresti proprio vedermi. E tu sai cantare. Sì, sai farlo.

No, non ho nulla. Dai scendi, non mi piace, potresti cadere. Non ho nulla ti dico!

Va bene, sono incinta. No, non è tuo. Forse. Davvero vuoi che siamo una famiglia? Davvero? Io e te?

You and me. La nostra canzone. È bella.

Sì, te lo prometto. Un voto solenne di amore eterno. Per sempre. Puoi baciare la sposa. Baciami.

Dean

Ti spiace? Gli altri posti sono tutti occupati. Sei bella. La più bella fuori di testa che abbia mai conosciuto.

E così sono il primo ragazzo che porti a cena dai tuoi. Piccola, mi sa che non sono alla tua altezza. No, davvero, nessuno lo è.

Tranquilla, l’occhio non mi fa così male. Ti ho portato un regalo. Ti piace? Ti piace davvero?!

A cosa penso? Muovetevi. Muovetevi! Ho paura tu possa cambiare idea e lasciarmi qui, solo, con questo vestito azzurro.

Preferivi la stanza di Cupido? Guarda! Il letto gira. Sì, riempimi il bicchiere.

Smettila. Sono stanca.

Hai promesso. Questa è la cattiva sorte, piccola. Ti amo così tanto.

Ho promesso.

Mi dispiace. I always hurt the ones I love.

Per chi sa che l’amore ammala e non sempre guarisce. Per chi sa che a volte il dolore è troppo e una promessa va disobbedita. Per chi ci prova disperatamente e fallisce. Per chi ama e non esistono istruzioni. Per chi ci salva una volta e poi non sa più come rifarlo. Per quei film che ci mostrano sempre il lato patinato dell’amore, dimenticando di girare la cinepresa sulla parte in ombra, quella che più ci appartiene. E bisogna accumulare un bel po’ di coraggio per guardare dentro l’obiettivo.

Film di Derek Cianfrance
Parole e disegni di emme. punto a capo

ho visto nina volare

Mi farò chiamare Nina, metterò un vestito dorato per ballare sul tetto di Roma deserta d’estate con te. La luce della luna rimbalzerà dal mio vestito al tuo viso, in mille sprazzi di luce, e tra quegli sprazzi aspetterò che si infili un tuo bacio. Mi sdraierò a San Lorenzo a guardare le stelle esprimendo un desiderio per tutti prima di desiderare qualcosa per me. Poi andrò a prendere il sole in un quadro di De Chirico e la smetterò di avere paura di essere normale, di volere cose normali e comincerò soltanto a essere (em)me. Mi chiamerà di notte l’ufficio degli oggetti smarriti per dirmi che è stato perso il tuo cuore, ma non preoccuparti l’ho ritrovato stamattina tra i miei origami a colazione. Ora infilerò il vestito rosso, correrò da te e te lo riattaccherò con una abbraccio per non farti partire mai più, per non farmi partire mai più.

Film di Elisa Fuksas
Parole di emme

wedding planner, a #truestory

Quando lavori per due settimane come copywriter per il sito di una misconosciuta wedding planner, finisce che la ripetizione eccessiva di frasi come “il giorno più bello della tua vita“, “il tuo sogno che si avvera” e simili, ti lobotomizza e aliena al punto che al solo sentir nominare la parola “wedding” ti parte un friccichio all’occhio sinistro (#truestory). Se poi ci aggiungi che il web, che è un luogo crudele, comincia a propinarti matrimoni in ogni salsa, vestiti di ogni tessuto e colore, viaggi di nozze in tutti gli angoli del pianeta, su ogni social network, su ogni pagina che apri, in ogni coockie, con quell’effetto sorpresa simpatico quanto l’uomo con l’impermeabile, il friccichio diventa una specie di spasmo nervoso e irrefrenabile.

Però, passata l’abbuffata di dovuta, obbligatoria e stupida smielosità, e, soprattutto, passata la consegna, posso ricordarmi che a me i matrimoni piacciono. Ecco, l’ho detto! Ma mi piacciono quelli che odorano di felicità e di bianco, di bianco fuori e dentro. Alla fine mi commuovo, sempre, non posso evitarlo. E tra tutti ho uno preferito, ovviamente, uno che mi ricorda che no, non c’è scampo all’essere sentimentali.

mille colori meno uno

Mi è venuto da disegnare una mano tesa, come quella del ragazzo di Terra mia, lì a mostrare un pugnetto di terra, la mia terra, la sua. Quella terra che ha davvero reso di mille colori, ma di colori mai visti, non quelli stampati sulle cartoline, che ci appicichi dietro un francobollo e ci scrivi quanto è bella Napoli e pizza, sole, mandolino, panni stesi, sfogliatelle, caffè del Professore, pastiera, tarantelle e ‘o sole mio sta ‘nfronte a te.

L’ha resa di mille colori come qualcuno che ha ridato la giusta vista a un daltonico, come quell’ottico che qualcuno cantava, o forse, semplicemente, come chi a quella cartolina, che sì, bella è bella, ha dato pure un’anima.

E di tutte le tarantelle, quelle della vita, che è meglio cantarci su.

A Pino Daniele, all’alleria, alla notte che se ne va, all’acqua che te ‘nfonne, a nuje che simm’ lazzari felici, gente che nun trova cchiù pace, ma cercate ‘e ce capì.

non vengo più mamma

Mamma,

ti scrivo dalla mia stanza vuota, tanto vuota che quasi non ci sono più neanche io. L’hai mai provata mamma quella sensazione, come se il tuo corpo all’improvviso non ci fosse più? Anche meno di un involucro, anche meno del guscio di una parola vuota. Forse no, tu hai sempre saputo chi essere, cosa fare, hai sempre fatto tutto ciò che andava fatto: scuola, lavoro, famiglia, e poi me. Sai, ho ancora appesa al muro quella foto con lo zainetto di He-Man, “novembre 1993” c’è scritto dietro nella tua calligrafia ordinata, da maestrina. Me la scattasti tu una mattina prima di portarmi a scuola, proprio sulla porta di casa. Mi sembra di non essere cresciuto mai da allora, come fosse cresciuto soltanto il mio corpo. Un corpo da adulto, con l’anima che invece è rimasta piccola, come quella del bambino che sognava di fare l’astronauta perché senza forza di gravità, lì tra le stelle, era il solo a conoscere davvero il significato della parola “leggerezza”. L’avrei voluta una vita più leggera, mamma, più piccola, così che fosse sembrata più piena. Non sono mai stato un grande sognatore, ma un sognatore sentimentale quello sì. Ieri pomeriggio è venuta da me Maria, ci siamo stesi sul letto a guardare il soffitto per ore e mentre lei cantava “questa stanza non ha più pareti…” mi sono addormentato e ho sognato che tutto era scomparso: i falchi dai paesi, le estati dai calendari, i pesci dagli acquari, i picnic dai fiumi, la carne dal congelatore, i vasi dai balconi, le case dai ricordi, le macchine dai parcheggi, le croste dalle ginocchia, i vetri dalle finestre, i gradini dalle chiese, le stanze da questa casa, i maglioni dagli armadi, le ossa dai cimiteri, i fiori dai centri tavola, i cieli dalle fotografie. Le lentiggini dal suo viso, e forse anche io, e forse anche lei. Mi sono svegliato che piangevo, mentre lei mi guardava in silenzio, tanto bella da morderla. Fosse per me, la porterei via, oltre l’Atlantico e invece non ho nemmeno un fiore per vederla felice, e i risparmi li abbiamo spesi tutti in sigarette e in gin lemon sabato sera, fuori ai bar. E allora, forse è giusto rimanere qui, esattamente dove siamo, in questa stanza, su questo letto, in questo corpo, senza muoverci. Ogni movimento sembra come se cadessimo, come i suoi capelli neri dentro il lavandino, come i bicchieri dei camerieri, come le vecchie dalle scale, come le parole che ti scrivo e che forse nemmeno leggerai. Allora abbiamo deciso di far finta che il letto è un dirigibile. Partiamo, ma questa non è una lettera d’addio, era solo per dirti che non vengo più, mamma, e forse non torno nemmeno.

musica di Dimartino
parole di emme.
illustrazioni di Igor Scalisi Palminteri

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